28/08/09

Vaticano lembra fim dos Beatles: «L'innocenza perduta del rock»


Nel 1969 i Beatles pubblicavano «Abbey Road», disco che segna la fine di un'epoca



Ci sono delle strisce pedonali famose quasi quanto la torre di Londra o il ponte di Brooklyn. A renderle così note sono stati, quaranta anni fa, quattro giovanotti che in un afoso pomeriggio londinese le attraversarono in fila indiana per essere immortalati in una foto. I quattro, manco a dirlo, erano i Beatles e l'immagine in questione è la celeberrima copertina di Abbey Road, disco che segna la chiusura di una straordinaria avventura artistica. Le strisce pedonali di Abbey Road non sono (ancora) diventate monumento nazionale, ma sono divenute meta di frotte di turisti che si fanno ritrarre in una stucchevole replica a uso domestico dell'arcinota copertina. Questa a sua volta è stata negli anni oggetto dell'analisi un po' paranoica degli immancabili esperti, capaci anche di rintracciarvi le prove - a loro avviso inequivocabili - della morte di Paul McCartney, che, secondo una leggenda metropolitana molto in voga all'epoca, sarebbe avvenuta qualche tempo prima. McCartney, invece, era vivo e vegeto e fu il motore trainante del gruppo impegnato nell'incisione dell'album.
Ma in quell'estate del 1969 si stava consumando un altro trapasso - questo reale - di cui i Beatles, con il loro scioglimento, furono inconsapevoli anticipatori. Alla fine degli anni Sessanta la generazione nata durante la guerra, o subito dopo, scopriva infatti di essere costretta a diventare adulta, di dovere necessariamente fare i conti con una realtà ben più dura dei colorati sogni di pace, amore e libertà universali fioriti in Occidente in reazione agli orrori del conflitto mondiale. I figli dei fiori capirono che sarebbero presto e per sempre cresciuti. E svanirono come un sogno adolescenziale.
Le morti di Janis Joplin, Jimi Hendrix e Jim Morrison - stroncati dalla droga - furono l'espressione tragica della fine di un movimento giovanile che si rifiutava di crescere ed era ormai giunto a celebrare se stesso. Come - sempre quaranta anni fa - avvenne nel festival di Woodstock, i famosi tre giorni di pace amore e musica che, oltre a un semidisastro ambientale, prima di tutto furono e continuano a essere un grande affare per chi li organizzò. Fiumi di dollari erano già stati riversati sulla musica rock e i musicisti - evidentemente cresciuti più in fretta degli altri - erano ormai delle star: a dispetto dei ruggenti slogan rivoluzionari contenuti nelle loro canzoni, si spostavano in limousine o in elicottero e risiedevano in veri e propri castelli.
Stranezze del rock, nato come musica di rottura, ma che in poco più di una decade seppe perdere tutta la sua forza dirompente. Giusto il tempo di fiutare il profumo del tanto denaro che le multinazionali discografiche investirono nei dischi sfornati a intervalli regolari (di solito mai più di un anno) dagli artisti. Che dismisero gli scomodi panni dei ribelli o continuarono a indossarli per contratto, divenendo in molti casi patetiche caricature di se stessi.
Alcuni cercarono di sfuggire a questo ricatto. Vi riuscirono i pochi che - come i Beatles - avevano raggiunto una fama e una forza economica capace di sottrarli ai meccanismi dell'industria discografica. I quattro di Liverpool fondarono, come noto, un'etichetta discografica - la Apple - per la quale, oltre ai loro album, produssero dischi di musica progressive e di gruppi semisconosciuti che non avrebbero mai trovato altri sbocchi. Ma ormai, in quella lontanissima estate del 1969, il sogno rock si era infranto. Poco restava dell'illusione di una musica innovativa e libera dalle regole, per niente egualitarie, del mercato. Il rock, per così dire, aveva già perso la sua innocenza. I Beatles forse lo intuirono e proprio in quel periodo si sciolsero. Meglio attraversare la strada senza voltarsi a guardare indietro.


(Giuseppe Fiorentino
©L'Osservatore Romano - 24-25 agosto 2009
)

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